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i lavoratori

Cavatori e scalpellini

Accanto ai politici, agli imprenditori e agli artisti che lavorarono all’Altare della Patria un ruolo decisivo ebbero i lavoratori: i 30mila meri cubi di marmo di Botticino e di Mazzano che furono necessari per realizzare il massimo monumento nazionale non sarebbero mai stati cavati dalla montagna, né fatti scivolare a valle, né trasportati nei cantieri di lavorazione, né spediti a Roma senza la fatica e il lavoro di due generazioni di cavatori e di scalpellini.
Quando le aziende rezzatesi affrontano l’impresa di fornire la materia prima al progetto di Giuseppe Sacconi il ministero dell’Industria, nel 1890, censisce la presenza di 120 addetti nelle cave di Botticino, 100 scalpellini a Rezzato e altrettanti a Virle, 70 operai della pietra a Mazzano.
Le tecniche di estrazione sono antiquate: i massi vengono cavati con mazze e cunei, a costo di enormi fatiche dei cavatori che vengono avviati in cava ancora bambini, e retribuiti con paghe misere. Non meno faticosa e rischiosa è l’operazione della lizzatura che consiste nel far scivolare a valle, fino al piano caricatore, i pesanti massi assicurati a slitte di legna (le lizze) che vengono calate lungo una via di scivolamento (il “trosolo”) assicurandole via via a grandi pali infissi nel terreno (i “berili”).
Una volta giunto al piano il masso veniva caricato su carri in legno trainati da cinque e fino a sette paia di buoi fino alla stazione ferroviaria di Rezzato, da dove iniziava il viaggio alla volta della stazione e del cantiere di Porta Vittoria a Roma. Un viaggio che poteva durare anche sei giornate.
Prima della spedizione a Roma il masso veniva sbozzato dagli scalpellini di Rezzato che rispetto ai cavatori rappresentavano una sorta di aristocrazia operaia. Molti di loro si erano formati nei corsi serali e festivi della scuola Vantini di Rezzato, fondata nel 1839 grazie a un lascito dell’architetto Rodolfo Vantini. Squadre di scalpellini di dieci-dodici elementi per volta vennero inviati da ciascuna delle aziende rezzatesi impegnate nei grandi cantieri di Roma per eseguire la finitura di alcuni componenti architettonici e la loro posa in opera. Una giornata in trasferta di un capo-cantiere, nel 1893, veniva retribuita 7 lire al giorno, quella di uno scalpellino generico 3,1 lire.
Le “comande” di marmo per i grandi monumenti di Roma capitale determinarono un enorme sviluppo occupazionale sia nelle cave che nei cantieri del bacino marmifero bresciano. Nel 1911, l’anno dell’inaugurazione ufficiale del Vittoriano, a Botticino si contavano 244 addetti alle cave, a Rezzato 375 addetti nei cantieri di lavorazione del marmo e a Mazzano 311 addetti fra estrazione e lavorazione del marmo. I lavoratori, in vent’anni, erano più che raddoppiati
Anche le condizioni di lavoro erano mutate: nei cantieri era entrata l’aria compressa per azionare gli scalpelli, e l’energia elettrica che azionava grandi torni, telai multilama, sistemi di taglio con il filo elicoidale.
Anche il traino dei pesanti carri in legno dalla cava al cantiere non avveniva più con i buoi, ma con mezzi meccanici.
Solo in cava, se si esclude l’arrivo del filo elicoidale e degli esplosivi, tutto procedeva come in passato: mazze, cunei, una straordinaria abilità e tanta, tantissima fatica.